Il Vizio del Contratto di lavoro interinale causa la sua Conversione in rapporto a tempo indeterminato alle dirette dipendenze del datore effettivo

Articolo del ” Il Commentario del Merito”. Di Maurizio Tarantino e Nicola Frivoli. Corte di Cassazione sentenza n. 11411 del 13 Maggio 2013

Il lavoro interinale rappresenta una forma di rapporto di lavoro di durata temporanea che consente alle aziende di stipulare un contratto di fornitura di manodopera con agenzie specializzate (agenzie per il lavoro), in grado di procurare in tempo reale, e solo per il periodo necessario, le professionalità richieste.

Esso viene svolto da un dipendente dell’impresa fornitrice nell’interesse di un altro soggetto, imprenditore o non imprenditore, comprese le Pubbliche Amministrazioni, che ne utilizza la prestazione per soddisfare esigenze di carattere temporaneo rientranti tra quelle predeterminate dalla legge od individuate dai contratti collettivi.

Il lavoro interinale coinvolge tre soggetti:

1. la persona che cerca lavoro (lavoratore),

2. l’impresa che lo richiede (azienda utilizzatrice),

3. l’azienda di lavoro interinale che si pone come intermediaria.

Il rapporto di lavoro in questione non è quindi fra due agenti (datore e lavoratore) ma fra tre (somministratore – in questo caso agenzia per il lavoro -, lavoratore e azienda), ed è regolato da due distinti contratti: il contratto di fornitura ed il contratto di lavoro temporaneo, dettagliatamente disciplinati dalla legge (L. n. 196/1997).

Il lavoratore dipende giuridicamente dalle aziende fornitrici, e da queste viene retribuito, ma funzionalmente presta il suo lavoro presso altre aziende che hanno bisogno di professionalità per periodi di tempo limitato, che possono anche assumere il lavoratore al termine del contratto di somministrazione.

Ebbene, nel caso di cui ci si occupa, un soggetto aveva lavorato per un’impresa utilizzatrice di un contratto di fornitura di lavoro temporaneo stipulato con una Poste Italiane Spa per diversi periodi e, rilevando l’illegittimità di suddetto contratto, chiedeva al Tribunale competente che il rapporto di lavoro venisse considerato direttamente instaurato tra il lavoratore e l’impresa utilizzatrice, con decorrenza dal giorno dell’assunzione; che fosse considerato a tempo indeterminato ed infine che la società utilizzatrice venisse condannata a riammetterlo in servizio e a corrispondergli per il periodo pregresso le retribuzioni maturate dal giorno della messa in mora.

Il Tribunale e la Corte di Appello accoglievano il ricorso del lavoratore, pertanto, la società proponeva ricorso in Cassazione.

Invero, le Poste Italiane Spa chiedeva l’annullamento della sentenza della Corte d’appello di Milano, pubblicata il 17 luglio 2009, che ha rigettato l’appello contro la decisione con la quale il Tribunale di quella città aveva accolto la domanda del sig. S.; quest’ultimo, ha lavorato in P.I. spa, impresa utilizzatrice di un contratto di fornitura di lavoro temporaneo stipulato con O. spa, per una pluralità di periodi, a cominciare da un primo lavoro a termine iniziato il 12 febbraio 2003 e terminato il 30 aprile di quello stesso anno, per poi essere più volte prorogato.

Al riguardo, Tribunale e Corte d’appello, accogliendo la domanda del lavoratore, hanno ritenuto che la causale del contratto di fornitura, “casi previsti dal ccnl”, fosse del tutto generica ed inidonea ad integrare i requisiti di specificità richiesti dalla legge n. 196 del 1997. Né tale inidoneità poteva dirsi superata per il fatto che il contratto di lavoro temporaneo aggiungesse l’inciso “punte di attività”.

 La Suprema Corte confermando le precedenti pronunce, ha sottolineato che, il contratto in esame, “invece di specificare la causale all’interno delle categorie previste dalla legge, si limita a riprodurre il testo della lett. A) dell’art. 1 della legge (l. 196/1997) senza compiere alcuna specificazione: difatti non si specifica a quali contratti collettivi nazionali applicabili all’impresa utilizzatrice si fa riferimento, né, tanto meno, come sarebbe necessario, a quale delle ipotesi previste dalla contrattazione collettiva si fa riferimento“. Di conseguenza “la genericità della causale rende il contratto illegittimo, per violazione dell’art. 1, primo e secondo comma, della legge 196 del 1997, che consente la stipulazione solo per esigenze di carattere temporaneo rientranti nelle categorie specificate nel secondo comma, esigenze che il contratto di fornitura non può quindi omettere di indicare“.

Così le illegittimità del contratto di fornitura, violando le norme sul divieto di interposizione e intermediazione nelle prestazioni di lavoro, si riflettono direttamente sul legittimo contratto per prestazioni di lavoro temporaneo: il contratto viziato si converte ipso iure in un contratto a tempo indeterminato, con decorrenza dal giorno dell’assunzione, alle dirette dipendenze del datore di lavoro effettivo.

https://www.facebook.com/notes/beppe-basciani/il-commentario-del-merito-giugno%202013/447405858688718

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