La revoca delle funzioni nei confronti di un lavoratore dipendente non configura necessariamente un caso di mobbing.

Articolo del ” Il Commentario del Merito”. Di Maurizio Tarantino e Nicola Frivoli. Corte di Cassazione, sentenza 2 aprile 2013 n. 7985.

La prima sentenza della S.C. ad aver trattato il tema del mobbing risale al 1999 (Cass. 19.1.1999, n. 475). Da allora la sezione lavoro ha avuto modo di pronunciarsi più volte sul punto (si vedano ex pl. Cass. 10.1.2012, n. 87, Cass. 31.5.2011, n. 12048 e Cass. 17.2.2009, n. 3705), tanto che oggi è finalmente possibile delineare quelli che sono i presupposti che il lavoratore ha l’onere di allegare e provare affinchè possa legittimamente pretendere ed ottenere il risarcimento del danno da parte del datore di lavoro.

Tali presupposti sono:

– la molteplicità dei comportamenti di carattere vessatorio, illeciti o anche leciti, se considerati singolarmente;

– la sistematicità e la protrazione nel tempo di tali comportamenti;

– l’intento, la volontà diretta alla persecuzione o all’emarginazione del lavoratore (cfr. anche Cass. 21 maggio 2011, n. 12048; Cass. 26 marzo 2010, n. 7382, Trib. Torino 5.5.2011, n. 1398);

– l’evento lesivo della salute o della personalità del lavoratore;

– il nesso di causa tra la condotta ed il pregiudizio.

Particolare rilevanza ha la dimostrazione dell’intento persecutorio posto in essere dalmobber, tanto che, secondo l’orientamento che può dirsi unanime in giurisprudenza, il fenomeno mobbing non può sussistere senza la dimostrazione di una precisa e determinata volontà finalizzata a perseguitare.

Orbene, premesso tutto quanto innanzi esposto, si evidenzia che l’art. 2103 cod. civ. afferma il principio di contrattualità delle mansioni: tale disposizione, così come novellata dall’art. 13 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (c.d. statuto dei lavoratori), stabilisce, infatti, che «Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione. […]. Ogni patto contrario è nullo».

Dunque, il potere del datore (c.d. ius variandi) di modificare in modo unilaterale le mansioni del lavoratore risulta sostanzialmente sottoposto a due condizioni:

a) che le mansioni siano, non già identiche, bensì equivalenti a quelle da ultimo svolte o, se invece superiori, successivamente acquisite;

b) che la retribuzione da ultimo corrisposta o acquisita non venga a subire alcuna diminuzione.

L’art. 2103 cod. civ. disciplina, quindi, l’esercizio del potere datoriale di gestire le risorse umane all’interno dell’azienda preoccupandosi, a tale scopo, di fissare un requisito minimo di legittimità del mutamento delle mansioni del lavoratore, con l’inequivoca statuizione che i nuovi e diversi compiti devono essere – per lo meno – equivalenti a quelli per i quali questo è stato assunto ovvero, se questi hanno già subito una modificazione, a quelli da ultimo effettivamente svolti.

Ciò premesso, occorre rilevare che la nozione di equivalenza impiegata dal legislatore ha un carattere aperto, indicando di per sé un criterio relazionale generico tra mansioni di provenienza e mansioni di destinazione.

Vero è che sia la dottrina che la giurisprudenza individuano il criterio di valore sul quale modellare il giudizio di equivalenza nella dignità professionale del lavoratore, tuttavia, i contenuti ed i caratteri costitutivi della dignità professionale non hanno contorni precisi e vanno letti in concreto, in stretto rapporto con i dati ambientali del fenomeno regolato.

Ebbene, Il caso  de quo è quello relativo ad un dipendente comunale che ha citato in giudizio il proprio ente al fine di far accertare l’illegittimità della revoca dall’incarico di responsabile di sezione, con richiesta di reintegra nel posto occupato e, il risarcimento dei danni subiti. Sia il Tribunale di primo grado che, quello di Appello, avevano già respinto la domanda del lavoratore.

In particolare i giudici di legittimità, confermando la sentenza del giudice d’appello, hanno affermato che “non vi è contraddittorietà della motivazione in quanto il ricorrente non tiene conto che secondo la Corte del merito il mobbing presuppone l’esistenza, e, quindi, l’allegazione di una serie di atti vessatori teologicamente collegati al fine dell’emarginazione del soggetto passivo.

E proprio con riferimento a tale ricostruzione del mobbing ritiene che manca nel ricorso di primo grado qualsiasi allegazione di tal genere e che, pertanto, la relativa domanda – rectius causa petendi – è nuova.

In altri termini per la Corte del merito non è sufficiente la prospettazione di un mero “svuotamento delle mansioni”, occorrendo, ai fini della deduzione del mobbing, anche l’allegazione di una preordinazione finalizzata all’emarginazione del dipendente.”

Nel caso in esame, infatti, il lavoratore non ha provveduto a provare in giudizio la dequalificazione professionale conseguente alla privazione di qualsiasi incarico a seguito della revoca delle funzioni di responsabile di sezione. Al contrario, per far valere le sue ragioni e ottenere quanto richiesto, avrebbe dovuto dimostrare che gli incarichi non avevano avuto esecuzione e che lui era rimasto inoperoso, mentre invece la prova articolata in giudizio non verteva su quei fatti e a quel fine.

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