Licenziamento: rischia il posto di lavoro chi gioca con il pc dell’ufficio

Corte di cassazione Civile, sezione Lavoro – sentenza n. 25069 del 7 novembre 2013.

L’art. 171 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali) punisce infatti la violazione delle disposizioni di cui all’art. 114, e quindi di cui all’art. 4 della L. 20 maggio 1970, n. 300, secondo cui l’uso di impianti e di apparecchiature di controllo “che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti”.

Invero, in tema di controllo a distanza dei lavoratori, il divieto previsto dall’art. 4 dello statuto dei lavoratori di installazione di impianti audiovisivi od altre apparecchiature per il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, riferendosi alle sole installazioni poste in essere dal datore di lavoro, non preclude a questo, al fine di dimostrare l’illecito posto in essere da propri dipendenti, di utilizzare le risultanze di registrazioni video operate fuori dall’azienda da un soggetto terzo, del tutto estraneo all’impresa e ai lavoratori dipendenti della stessa, per esclusive finalità “difensive” del proprio ufficio e della documentazione in esso custodita, con la conseguenza che tali risultanze sono legittimamente utilizzabili nel processo dal datore di lavoro.

Orbene, premesso quanto innanzi esposto, nel caso de quo la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 25069 del 7 novembre 2013 ha ritenuto possibile il licenziamento di un lavoratore che utilizza,  durante l’orario di lavoro, il computer dell’ufficio per giochi “provocando, in tal modo, un danno economico e di immagine all’azienda”.

La vicenda aveva riguardato un lavoratore che aveva subito il licenziamento disciplinare intimato a seguito di lettera di contestazione con cui gli era stato addebitato di avere utilizzato, durante l’orario di lavoro, il computer dell’ufficio per giochi, con un impiego calcolato nel periodo di oltre un anno, di 260 – 300 ore provocando, in tal modo, un danno economico e di immagine all’azienda.

Impugnato il licenziamento per giustificato motivo, il tribunale rigettava la domanda del ricorrente. A seguito del rigetto, veniva impugnata la decisione del giudice di prime cure innanzi alla Corte di Appello, la quale riformando la sentenza di primo grado, ha ritenuto il licenziamento illegittimo  sulla circostanza che, il controllo del computer dell’azienda da cui è emerso il suo indebito utilizzo, non configurerebbe controllo a distanza, in quanto il lavoratore aveva probabilmente consentito tale controllo; ed ancora, ritendendo generica la contestazione che fa riferimento ad un solo concreto episodio rimanendo per il resto generica e tale da non consentire al lavoratore una puntuale difesa.

Gli Ermellini ribaltano la sentenza della Corte d’appello e puntualizzano che “L’addebito mosso al lavoratore di utilizzare il computer in dotazione a fini di gioco non può essere ritenuto logicamente generico per la sola circostanza della mancata indicazione delle singole partite giocate abusivamente dal lavoratore. Appare dunque illogica la motivazione della sentenza impugnata che lamenta indicazione specifica delle singole partite giocate, essendo il lavoratore posto in grado di approntare le proprie difese anche con la generica contestazione di utilizzare in continuazione, e non in episodi specifici isolati, il computer aziendale”.

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