Illegittimo il licenziamento del dipendente che trasmette files aziendali al suo legale.

Corte di Cassazione Civile, sentenza n. 5179 del 5 marzo 2014

L’art. 2105 del codice civile testualmente dispone che: «il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio».

I divieti (o per meglio dire gli obblighi) individuati dalla norma in esame sono:

  • obbligo di non concorrenza, esistente per la durata del rapporto di lavoro e prorogabile anche successivamente in base ai modi e tempi stabiliti dall’art. 2125 del codice civile rubricato “Patto di non concorrenza”. La norma mira a tutelare il datore di lavoro contro un tipo di concorrenza particolarmente pericolosa, quella del lavoratore, resa tale proprio dalla posizione che quest’ultimo occupa all’interno dell’azienda.
  • obbligo di riservatezza, in forza del quale il lavoratore non può divulgare i segreti aziendali (notizie relative all’organizzazione e alla produzione conosciute dal lavoratore in forza del suo inserimento nell’azienda); tale divieto di divulgazione sussiste a prescindere dal danno potenziale che può derivare all’azienda e persiste anche successivamente alla cessazione del rapporto di lavoro. L’elemento del pregiudizio è invece richiesto nel momento in cui il lavoratore intende utilizzare le stesse notizie.

Ebbene, premesso quanto innanzi esposto, nel caso di specie un dipendente, addetto al settore ufficio gare con funzioni di responsabilità, era stato licenziato per aver inviato dal computer dell’ufficio una email contenente in allegato oltre 200 files aziendali relativi a commesse ed appalti.

Oltre alla violazione della riservatezza, al lavoratore erano stati mossi altri addebiti: l’aver abbandonato una riunione impedendone la prosecuzione e l’aver strappato dalle mani di un collega un dischetto informatico prelevato dal suo computer.

La Corte territoriale ha ritenuto che il comportamento di trasmissione di files non può costituire un fatto così grave da essere sanzionato con il licenziamento per due concorrenti ragioni:

–        in primo luogo perché i files non risultano essere stati divulgati ma trasmessi al difensore e quindi destinati a rimanere in un ambito prestabilito di conoscenza limitato ad eventuali attività difensive del lavoratore.

–        In secondo luogo perché la società non aveva offerto alcun elemento per comprendere la natura di tali documenti e quindi per “capire l’importanza dell’inadempimento posto in essere dal lavoratore”.

Per gli Ermellini nulla era così grave da far scattare il licenziamento, pertanto i giudici del lavoro smontano le contestazioni che meno hanno influito sulla decisione di allontanare il dipendente. Il destinatario della posta incriminata era, infatti, il difensore del dipendente, per questo i dati erano destinati a rimanere nella sfera della stessa persona che li aveva inviati e dei suoi legali, anche in vista di una possibile controversia giudiziaria.

Alla luce di tutto quanto innanzi esposto, la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 5179 del 5 marzo 2014, chiarendo la differenza tra divulgazione delle notizie che riguardano l’ambito della società e la trasmissione di queste ultime al proprio avvocato in vista di una possibile controversia giudiziaria, ha precisato che non può essere licenziato il lavoratore che invia al suo difensore dei file contenenti notizie sull’azienda; difatti la trasmissione di atti ad un difensore e la loro divulgazione sono condotte radicalmente diverse tra loro, in quanto la prima radica l’informazione presso un professionista che è tenuto alla riservatezza ed anche, sul piano deontologico, ad informare il cliente sulle conseguenze di una diffusione ulteriore delle informazioni.

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