Mancato pagamento della retribuzione e dimissioni: come tutelarsi

Articolo pubblicato sul “Quotidiano Italiano” edizione di Barletta del 27 gennaio 2015

http://bat.ilquotidianoitaliano.it/attualita/2015/01/news/mancato-pagamento-retribuzione-dimissioni-come-tutelarsi-53225.html/

Secondo appuntamento con la nostra rubrica di approfondimento giuridico, curata da Maurizio Tarantino, consulente legale di Bari esperto in diritto familiare e aziendale. Ancora un tema di stretta attualità, una problematica in cui i lavoratori purtroppo si imbattono con sempre maggiore frequenza a causa della drammatica crisi economica: parliamo della mancata corresponsione della retribuzione dovuta dal datore di lavoro. Come tutelarsi?

“Talvolta alcune problematiche (ad es. l’omessa corresponsione della retribuzione, l’omesso versamento dei contributi previdenziali, molestie sessuali, dequalificazione professionale ecc.) possono indurre a rinunciare “legittimamente” al posto di lavoro. Si tratta di una tutela prevista dalla legge (“dimissioni per giusta causa” art. 2119 cod. civile) che prevede la facoltà del lavoratore di recedere dal contratto di lavoro per specifiche cause che coinvolgono il comportamento del datore nei confronti del dipendente.

Ebbene, quanto al problema della mancata remunerazione della retribuzione, proprio perché il recesso è stato determinato da un fatto colpevole del datore di lavoro, il lavoratore che receda per giusta causa (rassegnando le dimissioni in tronco) conserva comunque il diritto a percepire l’indennità sostitutiva del mancato preavviso, nel caso si versi in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato; tale indennità spetta al lavoratore a titolo di indennizzo per la mancata percezione delle retribuzioni per il periodo necessario al reperimento di una nuova occupazione, tenuto conto che l’interruzione immediata del rapporto è, in realtà, imputabile al datore di lavoro.

Tuttavia, è bene considerare che, il dipendente, le cui dimissioni per giusta causa sono per mancata retribuzione o mancato versamento e rispetto dei termini di pagamento del TFR, deve rivolgersi tempestivamente all’INPS e ad un avvocato del lavoro, perché in un “eventuale” giudizio, il giudice potrebbe non riconoscere le dimissioni per giusta causa del lavoratore in caso di mancato pagamento dello stipendio, se tale inadempimento sia stato accettato implicitamente dal lavoratore per troppi mesi. L’orientamento giurisprudenziale, infatti, dispone che il mancato stipendio di una sola retribuzione non basta per vedersi riconosciute le dimissioni per giusta causa, altresì sei mesi senza stipendio determinano un’accettazione implicita da parte del lavoratore; per cui, il diritto in esame può essere riconosciuto con almeno due retribuzioni non pagate.

A tal riguardo, il Tribunale di Milano con la pronuncia del 10 maggio 2014 ha meglio precisato che “il mancato pagamento delle retribuzioni per un periodo di oltre quattro mesi costituisce certamente giusta causa di risoluzione del rapporto, essendo stato il lavoratore privato dell’unica fonte di sostentamento”.

Il lavoratore, quindi, deve consegnare o inviare con tempestività la lettera con cui comunica la sua volontà di dimettersi per giusta causa, e cioè subito dopo il verificarsi della causa che ha reso impossibile la prosecuzione del rapporto.

Tale comunicazione non necessita di specifiche formule, ma deve comunque fare riferimento alla giusta causa che ha determinato il recesso.

Con le dimissioni per giusta causa il lavoratore si trova in uno stato di disoccupazione involontariacausata dall’inadempimento del datore di lavoro, pertanto, in caso di contratto a tempo indeterminato il dipendente avrà diritto a percepire l’indennità disoccupazione ASpI (NASpI dal 1 maggio 2015)e all’esclusione dalla penale per mancato preavviso (così come sancito dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 269 del 24 giugno 2002 ) oltre ad eventuale risarcimento danni; invece, in caso di contratto a tempo determinato, il datore di lavoro colpevole di inadempimento per uno dei motivi sopra citati, ha l’obbligo di corrispondere al dipendente il danno per le dimissioni per giusta causa commisurato all’importo totale delle retribuzioni fino alla scadenza naturale del contratto (fermo restando il diritto maturato all’indennità ASpI).

Qualora invece, le dimissioni per giusta causa, si realizzino durante il periodo di prova la cui durata deve essere obbligatoriamente pattuita per iscritto prima dell’inizio del contratto, il dipendente non ha diritto né al risarcimento e né all’indennità di disoccupazione, dal momento che il periodo di prova prevede che entrambe le parti lavoratore e datore di lavoro, possano recedere dal contratto in qualsiasi momento.

In conclusione, per la validità delle dimissioni è bene ricordare che la Riforma del Lavoro del 2012  (legge 28 giugno 2012, n. 92 detta anche Riforma Forneroha previsto l’obbligo di convalidare le dimissioni presso:

–        la DTL o il CPI territorialmente competenti;

–        le sedi individuate dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale;

–        tramite la sottoscrizione di apposita dichiarazione della lavoratrice o del lavoratore apposta in calce alla ricevuta di trasmissione della comunicazione di cessazione del rapporto di lavoro .

La procedura di convalida è condizione necessaria affinché le dimissioni siano valide; altrimenti si considerano come mai presentate”.

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