Maternità, il diritto della donna a non riconoscere il figlio al momento del parto

Articolo pubblicato sul “Quotidiano Italiano” edizione di Barletta del 21 dicembre 2015

http://bat.ilquotidianoitaliano.it/attualita/2015/12/news/67017-67017.html/

La nascita di un bambino è un evento straordinario nella vita di una donna, che incide profondamente nella sua vita concreta, emotiva, relazionale. Non tutte le donne riescono ad accogliere la loro maternità, per una complessità di motivazioni che occorre ascoltare, comprendere e riconoscere. Durante la gravidanza, specie in situazioni di difficoltà di varia natura della madre a rispondere adeguatamente ai bisogni del bambino, è indispensabile che la donna sia seguita in maniera qualificata, per la tutela sua e del nascituro, in modo da evitare decisioni affrettate e spesso drammatiche al momento del parto.

Una questione molto delicata, dal punto di vista umano e giuridico, riguarda il diritto della partoriente a restare anonima e non riconoscere il bambino. Approfondiamo l’argomento con il consulente legale di Bari Maurizio Tarantino.

“Con l’entrata in vigore della Legge n. 219 del 10 dicembre 2012 “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali” si è stabilito il superamento di ogni ineguaglianza normativa tra figli legittimi e figli naturali in virtù del principio dell’unicità dello status di figlio. Pertanto i figli nati fuori dal matrimonio sono equiparati a tutti gli effetti ai figli nati in costanza di matrimonio.

Quando nasce un bambino i cui genitori sono uniti fra loro da un matrimonio valido, la denuncia di nascita può essere resa indifferentemente dalla mamma o dal papà; quando invece il bambino nasce da genitori non sposati è necessario che venga riconosciuto da entrambi. Ciò avviene tramite l’atto di riconoscimento o la dichiarazione giudiziale del Tribunale (sentenza di un giudice).

E’ importante precisare che il genitore che riconosce il figlio deve aver compiuto il sedicesimo anno di età, salvo che il giudice, valutate le circostanze e avuto riguardo all’interesse del figlio, li autorizzi.

Esiste inoltre la possibilità che un bambino non venga riconosciuto dai genitori. In questo caso, se la madre vuole restare nell’anonimato, “La dichiarazione di nascita è resa … dal medico o dalla ostetrica o da altra persona che ha assistito al parto, rispettando l’eventuale volontà della madre di non essere nominata” (DPR 396/2000, art. 30, comma 1).
L’immediata segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni della situazione di abbandono del neonato non riconosciuto, permette l’apertura di un procedimento di adottabilità e la sollecita individuazione di un’idonea coppia adottante. Il neonato vede così garantito il diritto a crescere ed essere educato in famiglia e assume lo status di figlio legittimo dei genitori che lo hanno adottato. Nella segnalazione e in ogni successiva comunicazione all’autorità giudiziaria devono essere omessi elementi identificativi della madre.

Premesso quanto esposto, cosa accade nel caso in cui il figlio, raggiunta la maggiore età, chieda di conoscere il nome della propria madre? Sul punto, recentemente si è espresso il Tribunale di Milano con la sentenza del 14 ottobre 2015 n. 11475. Con tale pronuncia il giudice ha precisato che non è ammissibile la dichiarazione giudiziale di maternità nei confronti di una donna che al momento del parto ha dichiarato di non voler essere nominata, poiché altrimenti verrebbe frustrata la ratio della intera disciplina, ravvisabile non solo nell’esigenza di salvaguardare la famiglia legittima e l’onore della madre, ma anche di impedire che onde evitare nascite indesiderate, si faccia ricorso ad alterazioni di stato o a soluzioni ben più gravi quali aborti o infanticidi.

A tal proposito, giova ricordare che la Legge 2001 n. 149, aderendo a un obbligo derivante dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo del 1989 (art. 7) e della Convenzione de L’Aja sull’adozione internazionale del 1993 (art.30), ha introdotto anche in Italia, dopo molte polemiche, il diritto dell’adottato di accedere, a certe condizioni e con certe procedure, alle informazioni concernenti l’identità dei suoi genitori biologici; tuttavia,l’accesso a quelle informazioni non è consentito se l’adottato non è stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale (art. 24 comma 7 legge 2001 n. 149).

Alla luce delle considerazioni innanzi esposte, si evidenzia che l’accesso alle informazioni non è consentito se l’adottato non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato, o abbia manifestato il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimo. Come già precisato dal Giudice di Miliano, questo diritto ha fondamento costituzionale nell’esigenza di tutelare la gestante che si trovi in situazioni difficili dal punto di vista personale, economico o sociale”.

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