Separazione e mantenimento: il pagamento del mutuo per la casa può revocarlo

Articolo pubblicato sul “Quotidiano Italiano” edizione di Barletta del 3 dicembre 2015

http://bat.ilquotidianoitaliano.it/attualita/2015/12/news/66359-66359.html/

La ratio dell’assegno di mantenimento è quella di tutelare i figli e il coniuge economicamente più debole di fronte agli squilibri determinati dalla separazione e dal divorzio, garantendo la prosecuzione di quei doveri assistenziali e solidaristici nascenti dal matrimonio attraverso il ripristino delle condizioni economiche e del tenore di vita esistente prima della cessazione del rapporto coniugale.

Tuttavia, l’assegno di mantenimento non è immutabile nel tempo, ma, al variare delle condizioni che secondo la legge fanno sorgere il relativo diritto, può essere modificato o addirittura revocato. Approfondiamo l’argomento con il contributo del consulente legale di Bari Maurizio Tarantino.

“il diritto del coniuge di ricevere dall’altro quanto necessario al proprio mantenimento, è basato sul presupposto della mancanza di adeguati redditi propri, intendendo pertanto non solo l’assenza di alcun tipo di reddito, ma anche la titolarità di redditi che non consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello di cui lo stesso ha goduto in costanza di matrimonio. In merito, occorre sottolineare che le capacità lavorative del coniuge o le possibilità di percepire un reddito, valutate in astratto, non costituiscono elemento che possa concorrere all’esonero dell’assegno, considerato che il diritto al mantenimento del coniuge debole non è legato all’incapacità lavorativa, bensì all’esigenza di conservare un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio. (In tal senso Cass. n. 3502/2013).

A tal proposito, nella valutazione dei redditi del coniuge avente diritto, la giurisprudenza ha affermato che l’accertamento va condotto non solo sui redditi propri o direttamente riferibili allo stesso (come, ad esempio, immobili, auto, ecc.), ma anche in modo indiretto, attraverso la “capacità di spesa del coniuge“. In sostanza, per escludere il diritto al mantenimento, non solo la mancanza di entrate ma anche le uscite possono essere utilizzate come prova di un reddito adeguato, in quanto possibili solo in presenza di un’entrata o di un reddito (Cass. n. 24667/2013).

È vero, dunque, che la disparità della situazione economica tra i due coniugi è uno dei fattori determinanti per far maturare il diritto all’assegno di mantenimento a favore di quello più debole, ma è anche vero, che nel porre a confronto entrambe le posizioni reddituali, è doverosa la valutazione, da parte del giudice, dell’incidenza degli esborsi sulla complessiva situazione patrimoniale, solo all’esito della quale potrà stabilirsi se ed in quale misura sorga il diritto alla corresponsione dell’assegno.

Sul punto, di particolare importanza, merita di essere citata la recentissima ordinanza della Suprema Corte di Cassazione n. 22603 del 4 novembre 2015 che ha ribadito il principio per cui, nel valutare se la moglie abbia diritto ad un assegno di mantenimento e nel quantificarlo, si deve tenere conto degli eventuali e gravosi esborsi del marito: nella specie, il mutuo. Per meglio dire, la Cassazione ha precisato che può venire meno il diritto all’assegno di mantenimento del coniuge più debole, qualora l’altro coniuge debba far fronte a spese tali da riequilibrare la sproporzione reddituale fra i coniugi.

La Corte ha chiarito che, nella valutazione che il Giudice opera, al fine di decidere se uno dei due coniugi abbia diritto ad un assegno di mantenimento, deve essere considerata ogni voce di spesa sopravvenuta e da sostenersi in futuro: ad esempio il pagamento del mutuo oppure il canone di affitto, oppure ancora delle spese sanitarie per una malattia insorta successivamente alla separazione.

Alla luce delle considerazioni innanzi esposte, conformemente al citato orientamento giurisprudenziale, si evidenzia che, solo dopo aver scorporato dai redditi queste uscite sarà possibile comparare le risorse economiche delle parti con la conseguenza che, anche là dove il marito abbia un reddito da lavoro superiore rispetto a quello della moglie, ma abbia anche impegni economici altrettanto gravosi come il pagamento di un mutuo, i redditi delle parti diventeranno automaticamente equiparati e la moglie non potrà pretendere alcun assegno di mantenimento”.

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