Maltrattamenti in famiglia: il reato si estende anche alla famiglia di fatto

Articolo pubblicato sul “Quotidiano Italiano” edizione di Barletta del 14 marzo 2016

http://bat.ilquotidianoitaliano.com/attualita/2016/03/news/69880-69880.html/

Il verbo “maltrattare” indica una pluralità di comportamenti, che non necessariamente richiede la sussistenza di un legame affettivo di tipo familiare o parafamiliare. Spesso si ripropone il problema della corretta interpretazione del concetto di persona della famiglia, inserito nel contesto dei presupposti del reato.

Sul punto, inizialmente, l’orientamento tradizionale ha sempre considerato la famiglia in senso giuridico, ritenendo che l’obiettivo del codice penale fosse quello di riferirsi alla famiglia legittima fondata sul matrimonio e organizzata secondo le norme del codice civile, con conseguente impossibilità di applicare la fattispecie di maltrattamenti nel caso di soggetti legati tra di loro da vincoli di mero fatto, come nel caso della convivenza more uxorio.
Successivamente, nel corso del tempo, ci sono state nuove interpretazioni, ove veniva ritenuto come la famiglia dovesse essere intesa non unicamente come consorzio di persone legate tra di loro da un vincolo di parentela naturale o civile, ma anche come una unione di persone tra le quali, per intime relazioni e consuetudini di vita, fossero sorti legami di reciproca assistenza e protezione, con la conseguenza che anche i rapporti che prendano vita a seguito di una mera convivenza more uxorio dovevano essere considerati della stessa natura di quelli sopra indicati.

La questione si è definitivamente risolta con la riforma del delitto di maltrattamenti del 2012, laddove il legislatore, consapevole non solo dei cambiamenti avvenuti a livello sociale in relazione al concetto di “famiglia”, ma anche delle critiche verso l’orientamento restrittivo tradizionale, nonché delle aperture che si sono registrate negli ultimi anni, sia a livello dottrinale che giurisprudenziale, ha inserito nel testo normativo del nuovo art. 572 c.p. la locuzione «comunque convivente», aprendo, una volta per tutte, la strada verso la più completa estensione del concetto di “famiglia” penalmente rilevante. In altre parole la legge, ha inteso assicurare tutela penale non solo ai componenti della famiglia legale, ma anche ai membri delle unioni di fatto fondate sulla convivenza. (In tal senso Cass. Penale sent. n. 22915 del 27 maggio 2013)

Orbene, premesso quanto innanzi esposto, si evidenzia che il reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 del codice penale) può sussistere anche quando aggressore e vittima non sono sposati ma convivono in modo stabile e duraturo e formano dunque una famiglia di fatto. Non c’è differenza tra la coppia fondata sul matrimonio e la coppia di fatto ai fini del reato di maltrattamenti in famiglia. È quanto affermato da una recente sentenza della Corte di Cassazione Penale n. 8401 del 2 marzo 2016, in continuità con il citato orientamento prevalente in materia.

Secondo la suprema Corte, il delitto in questione, come prevede la stessa legge, è configurabile anche in danno di persona “convivente” ma, in questo caso, occorre un rapporto tendenzialmente stabile, sia pure naturale e di fatto, instaurato tra aggressore e vittima, con legami di reciproca assistenza e protezione. Si ha infatti famiglia, a prescindere dal matrimonio, quando la coppia ha un progetto di vita comune, la volontà di vivere insieme, condividere i beni e dare vita ad un nucleo familiare stabile e duraturo.

Quindi, in sede di qualificazione della condotta violenta del partner, il giudice è dunque chiamato ad accertare se vi è un legame di reciproca assistenza e protezione con la vittima, tale da poter parlare di famiglia. Ciò può emergere da alcuni dati di fatto come la convivenza stabile e non occasionale, la condivisione delle spese relative alla gestione della casa e delle scelte di vita quotidiana.

Alla luce delle considerazioni innanzi esposte, conformemente al citato orientamento giurisprudenziale, si evidenzia che in caso di maltrattamenti (famiglia o convivente) il responsabile sarà punito con la reclusione da due a sei anni. Inoltre, se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni.

 

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